A Melfi, tra le mura del castello federiciano, risuona ancora l’eco di Piero Gobetti. Un nome che, forse, ai più giovani dirà poco, ma che per la nostra democrazia e la nostra coscienza civile dovrebbe essere un faro sempre acceso. L’iniziativa di dedicare un convegno e una riflessione a questo intellettuale piemontese, proprio nella città lucana, non è un mero esercizio di commemorazione storica, ma un’urgenza che affonda le radici nella nostra contemporaneità.
Gobetti, pensatore e giornalista torinese stroncato a soli 25 anni dal regime fascista, è stato un critico acuto dell’Italia post-unitaria, individuando nel “fascismo” non solo una forza politica oppressiva, ma una malattia morale, un’inerzia atavica della società italiana, un’incapacità di generare una classe dirigente all’altezza, troppo spesso prona al compromesso e all’opportunismo. La sua diagnosi è impietosa: un paese senza una vera rivoluzione liberale, dove le élite hanno preferito la conservazione al coraggio del rinnovamento, aprendo così la strada all’autoritarismo.
Il “Fascismo” di Gobetti: Una Lezione per il Presente
La riscoperta di Gobetti a Melfi, un territorio che, come tante altre aree del Sud, ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni e le promesse mancate dello Stato unitario, assume un significato particolare. È qui che le questioni della giustizia sociale, della rappresentanza politica e della partecipazione civica si sono spesso scontrate con ostacoli insormontabili. E qui, l’analisi gobettiana sul “fascismo come autobiografia della nazione” diventa un monito potente.
Cosa intendeva Gobetti con questa affermazione così forte? Non si riferiva esclusivamente al partito di Mussolini, ma a una serie di vizi strutturali della società italiana: il conformismo, la paura della libertà, la tendenza a delegare, l’assenza di un vero spirito critico. Vizi che, purtroppo, in forme diverse e meno eclatanti, riscontriamo ancora oggi. L’indifferenza diffusa verso la politica, la scarsa partecipazione al dibattito pubblico, la tendenza a rifugiarsi nell’individualismo o, peggio, nella rassegnazione, sono tutti sintomi di quella stessa malattia morale che Gobetti aveva intuito.
Oggi, non siamo sotto un regime fascista, ma le sfide alla democrazia sono molteplici: la disinformazione dilagante, la polarizzazione esasperata, la fragilità delle istituzioni, la crescente sfiducia nelle rappresentanze politiche. In questo contesto, l’appello gobettiano alla “rivoluzione liberale” – intesa non come mero atto eversivo, ma come processo di risveglio della coscienza critica e della responsabilità individuale – risuona con un’attualità sorprendente.
La lezione di Gobetti non è solo un invito a studiare la storia, ma a interpretare il presente con gli strumenti della ragione e della moralità. È un richiamo a non accontentarsi di soluzioni facili, a diffidare dei demagoghi, a esigere trasparenza e integrità dalla classe dirigente. È, in definitiva, un inno alla libertà intesa come impegno costante, come partecipazione attiva, come capacità di dissentire e di costruire un futuro migliore.
La presenza di Gobetti a Melfi, dunque, non è un evento di nicchia per addetti ai lavori. È un’occasione per ogni cittadino, soprattutto per le nuove generazioni, di riflettere sul proprio ruolo nella società, sulla necessità di vigilare sulla democrazia e di combattere ogni forma di inerzia e di opportunismo. Perché la libertà, come ci ha insegnato Gobetti sulla sua pelle, non è mai un dato acquisito, ma una conquista quotidiana, da difendere e alimentare con coraggio e intelligenza.